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Manovra di bilancio 2019: novità in materia di dismissioni

Aggiornato il: 7 feb 2019

Nella Legge di Bilancio 2019 è stata inserita una norma relativa al piano di dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico, che non ha raccolto la giusta attenzione di politici e commentatori. Si tratta un intervento sulla possibilità di cedere un immobile pubblico di interesse culturale senza che le Soprintendenze possano esprimersi circa il rispetto dell’accordo di valorizzazione sottoscritto tra la pubblica amministrazione e il nuovo proprietario. Una volta conclusi gli interventi sul bene, questo compito di controllo viene affidato ai Comuni.

Non si fa certamente riferimento ai beni indisponibili (beni archeologici insieme a quelli previsti dall’art. 54 del Codice dei Beni culturali), ma ai beni che, pur considerati di interesse culturale, rientrano nella lista del patrimonio disponibile.

Attualmente le dismissioni avvengono mediante l'accordo di valorizzazione tramite cui il Mibac pone precisi limiti e condizioni, in cui di fatto si giustifica la ratio della cessione dell’immobile viene ceduto . Questa impostazione non viene modificata dalla Legge di Bilancio 2019, che supera invece la parte relativa all'affidamento, a posteriori, della verifica del rispetto dell’accordo e della natura dell’immobile alle Soprintendenze.


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"Con la nuova norma contenuta nella Manovra, invece, dopo l’accordo di dismissione dell’immobile, la Soprintendenza scompare perché si afferma al comma 431(*) che “gli interventi edilizi” (di trasformazione dell’immobile) se conformi dal punto di vista urbanistico alle destinazioni previste dagli strumenti di pianificazione “sono assentibili in via diretta”. Vale a dire, non richiedono l’intervento di altre amministrazioni, ivi compresa la Soprintendenza. L’ok finale, quindi, lo dà solo il Comune dove ha sede l’immobile.

La norma potrebbe rientrare in un piano di semplificazione burocratica, ma porta con sé evidenti criticità. A cominciare dal fatto che si toglie a un soggetto, con caratteristiche tecniche e scientifiche in grado di valutare questo tipo di interventi, il compito di verifica e lo si affida ad amministrazioni che non sempre accolgono al loro interno le professionalità adeguate a questo compito, soprattutto nel caso dei Comuni più piccoli. Va anche detto che, ancorché esistano tutti gli strumenti per reagire a posteriori ad eventuali ‘errori o negligenze’, il rischio evidente è quello di rincorrere un obiettivo che si sarebbe potuto ottenere lasciando il via libera finale alle Soprintendenze.

IL PRECEDENTE

Una misura simile – anche se in quel caso il clamore fu ampio – arrivò vicina all’approvazione l’anno scorso, nel corso dell’esame della Legge di Bilancio 2018, l’ultima del governo Gentiloni. In quella circostanza, un emendamento del governo alla Manovra prevedeva che, nel caso di cessione diretta di un bene immobile dello Stato ad uno Stato estero, l’Agenzia del Demanio fosse autorizzata a cedere il bene con decreto del presidente del Consiglio dei ministri di concerto “con il ministro dei Beni culturali e del turismo”, nell’ipotesi si trattasse di immobili appartenenti al demanio culturale e “fermo restando quanto previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio“.

Proprio quella dicitura (‘fermo restando quanto previsto dal Codice dei beni culturali’) che manca nella Manovra e che finisce per mettere in discussione il ruolo delle Soprintendenze. E non è neanche sufficiente il comma 424 che recita ”le cessioni sono disciplinate dalla normativa vigente e nel rispetto del codice dei beni culturali e del paesaggio” perché riguarda, appunto, le cessioni e quindi il regime di inalienabilità e gli accordi, non i successivi interventi sugli immobili.

Ma tornando al caso della precedente legislatura, si trattava della possibilità di vendita di un solo bene, ed in particolare di Palazzo Caprara in via Venti Settembre, già sede dell’ufficio di stato maggiore della difesa che sarebbe passato al Qatar. Per bloccare quella norma, che fece saltare sulla sedia molti commentatori dell’epoca, scese direttamente in campo – a quanto apprende AgCult – l’allora ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che fece ritirare l’emendamento dell’esecutivo. Il rischio era proprio che – pur prevedendo la norma l’assenso del ministro dei Beni Culturali – una volta ricevuto quel via libera si sarebbe potuto procedere alle dismissioni senza ulteriori verifiche. Un rischio che sembra assai più concreto oggi con la norma contenuta nella Legge di Bilancio attuale".

Fonte: https://agcult.it/2019/01/14/manovra-2019-quella-norma-sulle-dismissioni-che-taglia-fuori-le-soprintendenze/

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